
Francesca Woodman fotografa: per necessità di catturare le inquietudini del vivere
“Non mi spaventa la realtà, mi spaventa quello che ho nella testa”. Francesca Woodman
In una fredda giornata di gennaio del 1981, Francesca Woodman si lancia dall’alto di un palazzo di Manhattan e muore suicida a soli ventitré anni.
Francesca Woodman è una delle più coinvolgenti fotografe del Ventesimo secolo, appartiene all’Olimpo dei grandi artisti che hanno sublimato la propria esistenza in un fragore breve.
Nata e cresciuta con la macchina fotografica in mano, fin dall’età di tredici anni comincia a sviluppare foto in bianco e nero. I suoi scatti sono misteriosi tanto quanto la sua figura: una personalità ossessiva e fragile che cerca di fermare nelle sue immagini la sua vita complessa e forse contorta. Una vita affogata in un’esistenza piatta, dalla quale Francesca sembra cercare di uscire grazie ad un uso impressionante della fotografia, che diventa per lei lo sfogo di situazioni e di emozioni giornaliere, un elemento di comprensione di se stessa. I suoi autoritratti immortalano il suo bisogno di fissare la propria immagine per sfidare il timore di essere abbandonata, di essere dimenticata, portano a galla le sue paure e i suoi incubi comunicando tutta la sua solitudine con il mondo e soprattutto ci fanno comprendere la sua idea di relazione, di rapporto che ha il corpo con lo spazio che lo circonda. Nelle sue foto si mostra nuda, circondata da uno scenario spoglio e minimalista, quasi desolato, a volte immersa nella natura ma molto più spesso nel vecchio appartamento in cui vive. Pur mettendo in scena se stessa, Francesca Woodman sembra sempre voler sparire nello spazio del racconto: mentre il fondo e gli oggetti appaiono sempre nitidi e ben definiti, il suo corpo è mosso, sfocato oppure confuso con l’ambiente circostante, quasi assorbito e annullato. Ne risulta una complessa, struggente e malinconica teatralità che Francesca costruisce con estrema attenzione, lo spazio non è soltanto il palcoscenico del racconto ma è la sua stessa trama, è uno spazio mentale, sebbene denso di elementi reali, di tracce e di impronte, che non accoglie il corpo ma si fonde con esso, fino al punto di cedergli le proprie qualità specifiche ed assumere valori psicologici. Francesca ci dice così che è parte del mondo, che il mondo è parte di lei e questo legame forse in qualche modo la opprime, questa simbiosi la fa sentire sola e persa. La sua nudità esibita inoltre, sembra essere un altro mezzo per segnalare questa sua impotenza davanti agli occhi degli altri, davanti a una società che macina ogni cosa velocemente.
Francesca fotografa e si fotografa incessantemente per guarirsi, o quantomeno per salvarsi, da un male di vivere che ha invece avuto la meglio su tutto. Sempre lucidissima e intellettualmente assai precoce, altrettanto lucidamente decide ad un certo punto della sua vita che il suo tempo è finito e di porre fine alla sua intensa ricerca artistica. Sceglie di preservare, per non rischiare di sporcare, la commovente delicatezza suoi anni vissuti così in intima espressiva profondità. Lascia un biglietto, su cui scrive: “Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza di caffè e preferisco morire giovane preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”.
Nelle fotografie di Francesca Woodman il visibile e l’invisibile prendono forma e convivono, l’artista compone scatti che affascinano e turbano allo stesso tempo, forse perché ancora nessuno è riuscito a svelare completamente il loro enigma.
Martina Gecchelin
Vicenza, Ottobre 2019