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Marina Abramović
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Marina Abramović è una di quegli artisti che, una volta scoperti, non ci si toglie più dalla testa.

Tutta la sua ricerca artistica si concentra nello studio dell’anima attraverso i limiti del corpo.

Marina Abramović si spinge dove molti altri artisti non osano arrivare, rischiando la morte in più momenti, cercando di superare i limiti del corpo, limiti che la mente non possiede. Perché lamente è libera da ogni costrizione e riesce a vagare verso mondi lontani, mentre il corpo è lo strumento attraverso cui Abramović dice di sentire l’anima.

Nel corso della sua carriera artistica l’artista ha sfidato se stessa e il mondo, studiando approfonditamente la natura umana. Nelle sue performance intreccia sempre diverse chiavi di lettura, etica, morale, politica, per poter raggiungere e inglobare le questioni più importanti e pressanti della società contemporanea proiettandole in una dimensione senza tempo, dal valore universale.

Fra tutte le performance proposte da Marina Abramović nel corso di più di quarant’anni di carriera, forse quella che più di tutte rappresentativamente ed emotivamente ha stravolto il pubblico dimostrando una dis- umanità difficilmente concepibile è Rhytm0, portato sulla scena dall’artista a Napoli nel 1974.

Marina Abramovic’ in Rhytm 0 lascia che la gente usi il suo corpo come un oggetto per arrivare a capire cosa succede quando una persona permette agli altri di farle qualsiasi cosa.

Si tratta di un esperimento semplice tanto quanto controverso, il suo svolgimento è davvero elementare: l’artista deve rimanere immobile per sei ore come fosse un manichino, lasciando che i visitatori della galleria d’arte usino liberamente su di lei i numerosi oggetti che sono presenti sul tavolo difronte a lei. Tra gli oggetti a disposizione ci sono strumenti di piacere come piume, fiori, acqua, ma anche oggetti potenzialmente letali come pistole, coltelli, rasoi.  Il pubblico all’inizio della performance è titubante, si limita a sfiorare l’artista immobile con dei fiori o farle il solletico. Ma nel giro di poco, la situazione degenera letteralmente, trasformandosi in qualcosa di orrendo. I presenti iniziano dapprima a usare le catene, poi a bagnare il corpo di Marina e a toglierle i vestiti, insomma la violenza va a mano a mano intensificandosi. Un uomo le fa un taglio sul collo con un rasoio, mentre un altro le graffia la pancia con le spine di una rosa. C’è chi le taglia i vestiti con delle lame, altri invece hanno dei veri e propri approcci sessuali nei suoi confronti. Ad un certo puntoqualcuno le mette addirittura una pistola nella sua mano, puntandogliela alla gola.

La performance, iniziata nella perplessità generale, è rapidamente degenerata verso qualcosa di terrificante e spaventoso. Tanto che la stessa Abramović non ha problemi a ricordare: “… Sono stata violentata. Hanno tagliato i miei vestiti e sono stata parzialmente denudata, mi hanno frustata con le spine di una rosa sul ventre”.

L’artista coraggiosamente mette in piedi uno spettacolo in cui arriva perfino a mettere a repentaglio la propria vita per dimostrare quanto la violenza sia capace di intensificarsi, passando da zero a cento in breve tempo, quando le circostanze sono favorevoli, ovvero quando c’è qualcuno che recita indubbiamente la parte del più debole. Stupri di gruppo, atti di bullismo, violenze di genere presuppongono sempre che chi fa del male si senta in una posizione di forza rispetto a colui che subisce, cosa che è evidente nell’immobilità di Marina Abramović.

La Abramović ricorda ancora oggi l’esperimento dicendo:”Questo lavoro rivela qualcosa di terribile sull’umanità. Dimostra quanto velocemente una persona può fare del male in circostanze favorevoli. L’esperimento mostra come sia facile disumanizzare e abusare di una persona che non lotta, che non si difende. Dimostra inoltre che, fornendo lo scenario adatto, la maggior parte delle persone 'normali', può diventare estremamente violenta”.

Sono passati quarantacinque anni da quella performance napoletana, eppure le cose, purtroppo, non sembrano essere cambiate


Martina Gechelin  storica dell Arte


Sono una storica dell’arte e mi appassiona tutto ciò che ruota attorno alle arti visive contemporanee.

Mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Udine con una tesi sul Premio Marzotto per la Pittura con la quale ho ricevuto una particolare segnalazione di merito al concorso biennale promosso dall’Accademia Olimpica di Vicenza per miglior tesi di laurea di autore vicentino.

Dopo diverse esperienze di progettazione e allestimento mostre in alcune gallerie d’arte di Vicenza e provincia, attualmente collaboro con artisti che operano nel territorio veneto curando per loro sia la progettazione della mostra che i testi critici. Ho scritto per molti anni per la rivista AreAArte. 




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